L’uso delle figure retoriche per rendere più incisiva la scrittura – parte seconda
Abbiamo già fatto la conoscenza di due delle quattro grandi categorie in cui si dividono generalmente le figure retoriche. Completarne il quadro è importante data la grande attenzione di cui è tornata ad essere oggetto, dopo alterne fortune, la retorica nel secolo scorso. A partire dalla prima guerra mondiale, gli Stati in conflitto usano in maniera estensiva la propaganda. I filosofi tornano ad indagare i linguaggi della persuasione. E la retorica si ammanta, suo malgrado, di connotazioni negative. Riscopriamola con consapevolezza! Introduciamo quindi le altre due categorie di figure retoriche.
3. Figure di parola, dette anche di ordine (sintattiche): modificano l’intensità dei termini cambiando il modo in cui vengono composti, senza alterarne il senso proprio.
Si può aggiungere…
Noi vogliamo rispetto. Noi vogliamo giustizia. Noi vogliamo dignità. (Anafora – ripetizione di una parola o espressione all’inizio di frasi o versi successivi)
Sì, sogniamo. Sempre, sogniamo. (Epanalèssi – ripetizione esatta all’inizio e alla fine)
Cambiare per vivere. Vivere per cambiare. (Anadiplòsi – l’ultima parola diventa la prima della frase successiva)
Giustizia è forza, forza è giustizia. (Epanadiplòsi – inizio e fine con la stessa parola)
Vogliamo essere ascoltati, riconosciuti, rispettati. (Climax – successione di termini in ordine crescente)
Ci hanno sminuiti, zittiti, dimenticati. (Anticlimax – successione in ordine decrescente)
Vogliamo voce. Chiediamo voce. Meritiamo voce. (Epìfora – ripetizione finale)
Variare…
Uguaglianza, equità, parità: sinonimi di umanità. (Sinomìa – uso di parole quasi sinonime)
La legge dovrebbe essere legge, non solo una parola. (Antanàclasi – ripetere lo stesso termine in modo che il suo significato sia accresciuto)
Parole e parole: alcune consolano, altre condannano. (Paranomàsia – parole simili nel suono e/o diverse nel senso)
Ammucchiare…
Diritti, doveri, dignità, libertà, memoria, lotta, pace. (Accumulazione – elenco disordinato)
Libertà di pensare, di parlare, di essere. (Enumerazione – elenco ordinato e coerente)
Una giustizia limpida, una democrazia viva, una voce fiera. (Epìteto – aggettivi espressivi accanto al sostantivo)
E gridiamo e lottiamo e resistiamo e speriamo. (Polisindeto – uso abbondante di congiunzioni)
Togliere…
Pretendiamo, creiamo, cambiamo. (Asindeto – omissione delle congiunzioni)
Abbiamo lottato, confidato, ma mai... (Ellissi – omissione di elementi logici)
Ci hanno tolto diritti, speranze, dignità — e il respiro. (Zeugma – un solo verbo riferito a più oggetti diversi)
E cambiare l’ordine naturale di una frase
Ingiusto è, questo silenzio, che pesa sulle voci messe a tacere. (Anàstrofe – inversione dell’ordine naturale delle parole)
I diritti, negati troppo a lungo, finalmente reclamano le coscienze. (Ipèrbato – separazione di elementi che normalmente stanno insieme)
Libertà senza giustizia è ingiustizia senza libertà. (Chiasmo – disposizione incrociata di elementi) Agiamo con coraggio, pensiamo con forza, resistiamo con fede. (Isocòlo – frasi con struttura simile) Giustizia, giusto, giuramento: parole sorelle, spesso tradite. (Parameòsi – parole affini foneticamente) Negati, ignorati, umiliati. (Omotelèuto – parole che terminano con lo stesso suono)
4. Figure di suono (foniche): producono effetti musicali o ritmici.
Soffia sul sogno spento, speranza silenziosa. (Allitterazione – ripetizione di suoni uguali o simili all’inizio o all’interno di parole vicine)
Ssssh... il silenzio parla più forte del rumore. (Onomatopea – uso di parole che imitano suoni)
Il vento del vero attraversa il pensiero sincero. (Assonanza – somiglianza tra vocali di parole vicine)
E intanto il mondo sprofonda nel fondo profondo del non detto. (Consonanza – ripetizione somiglianza tra consonanti finali, qui della consonante “nd”)
Con le figure di parola e le figure di suono, il panorama retorico si arricchisce di sfumature ritmiche, musicali e strutturali. Ogni scelta stilistica diventa un gesto consapevole: enfatizzare, sorprendere, rendere memorabile. Il linguaggio, così, smette di essere un semplice strumento di comunicazione e si fa arte, impegno, presenza. Riscoprire la retorica significa allora riscoprire il potere della parola ben costruita: non quella vuota e manipolatrice, ma quella viva, capace di coinvolgere, chiarire, emozionare e ispirare. In un tempo in cui l’informazione è ovunque, scegliere con cura come dire è un atto di responsabilità – e di bellezza.
Perché, come ci insegna la retorica, non conta solo cosa diciamo: conta soprattutto come lo facciamo.